Il vecchio seduto sulla panchina

All'improvviso un giorno non lo vidi più e la tristezza, mista a malinconia mi avvolse.
Ogni mattina, lui era lì seduto sulla panchina di ferro verde, di fronte ad una casa che a prima vista sembrava abbandonata, ma che, se la osservavi più da vicino, ti rivelava qualche particolare di vita quotidiana, un tavolino di pietra con sopra un piccolo porta candela a forma di zucca di Halloween, i vasi di piante colorati e ben curati.
Lui imperturbabile, fumando un pezzo di sigaro, seguiva, attentamente, con lo sguardo tutto ciò che velocemente gli scorreva davanti, ogni tanto passeggiava fino all'edicola o lo vedevi scambiare qualche breve cenno di saluto con i vicini.D'inverno indossava spesso il tabarro ed il basco, mentre d'estate capitava di vederlo uscire di casa con accappatoio e un paio di vecchie pantofole di pelle, perfettamente a suo agio, incurante dei bisbiglii meravigliati che accompagnavano i suoi passi lenti e, talvolta, incerti.Solitario ed eccentrico, sembrava che per lui il tempo si fosse, momentaneamente, fermato, ma era, appunto, un'illusione.Non ho mai saputo il suo nome, ma ogni giorno, passando davanti a quella casa, spero di rivederlo.





Un mattino vidi il cancello aperto ed entrai, spinta dalla curiosità di voler conoscere quel poco che era rimasto di quell'uomo che per anni mi aveva osservato, da lontano, seduto sulla panchina.
Nel cortile due persone, un uomo ed una donna, erano impegnati a caricare degli scatoloni nel bagagliaio di un'auto, contenevano libri dalla copertina consumata e dalle pagine ingiallite, piatti bianchi con il bordo azzurro sbeccato, bicchieri ormai opachi, posate, vestiti.
"La casa è in vendita, tra pochi giorni sarà completamente vuota, se vuole può dare un'occhiata" mi dissero senza quasi voltarsi, così varcai il portone.
Iniziai a salire le scale, dopo due rampe mi ritrovai davanti ad una porta di legno semichiusa, bussai, nell'illusione di sentir rispondere "Avanti" e la aprii quel tanto che mi serviva per entrare.
Davanti a me c'era un lungo corridoio, parzialmente illuminato dalla luce che filtrava dalle finestre, alle cui estremità si trovavano due stanze, girai a destra e lo percorsi fino in fondo ritrovandomi così in quello che doveva essere il suo studio.
Non avevo mai visto il vecchio leggere fuori seduto sulla panchina, eppure doveva essere stato un amante dei libri, una libreria infatti copriva tutta la parete di fronte a me, al centro della stanza su un tavolino rotondo, un libro aperto con un paio di occhiali sopra, accanto un quaderno, lo presi in mano e lo aprii accorgendomi, leggendo le prime righe, che in realtà si trattava del suo diario.
Il vecchio scriveva, minuziosamente, ogni giorno quello che osservava, descriveva le auto che vedeva passare, le persone con le quali parlava o semplicemente annotava parole e pensieri mescolando presente e passato.
Più leggevo e più mi sembrava di conoscerlo, un uomo ormai solo che riempiva le sue giornate cercando di immaginare la vita di chi, anche solo per un attimo, incrociava il suo cammino
Notai in un angolo, abbandonata sopra una sedia, una fisarmonica, chissà se qualcuno l'avrebbe suonata ancora una volta, alle pareti solo delle foto in bianco e nero, testimoni di un passato ormai lontano e dimenticato.
Non era dunque solo un attento osservatore, come avevo immaginato, ma anche un lettore, uno scrittore ed un musicista di cui però ancora ignoravo il nome.
Non indugiai oltre ed uscii senza visitare l'altra stanza, che mi parve di capire fosse la camera da letto.
Le due persone avevano terminato il loro lavoro e mi stavano aspettando per chiudere il portone ed il cancello, "Scusate come si chiamava il proprietario?" chiesi loro " Ottavio, era nostro zio, due mesi fa, una notte ci ha lasciato, non abbiamo neppure avuto il tempo di salutarlo" mi risposero " Se è interessata alla casa, tra qualche giorno, metteremo fuori un cartello con il numero dell'agenzia" aggiunsero "Grazie, la contatterò senz'altro " mentii e me ne andai, voltandomi un'ultima volta per salutare silenziosamente il sig. Ottavio.




Avevo infilato il diario del sig. Ottavio nella borsa, sapevo che stavo facendo una cosa sbagliata, ma  mi ripromisi che l'avrei restituito ai suoi parenti al più presto.

continua... cosa avrà scritto il sig. Ottavio?
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3 commenti:

  1. Credo che abbia scritto:

    Ciao, a quanto pare questo momento è arrivato ed io non sono lì con te per vedere l’espressione del tuo viso. Ho sempre saputo che saresti stata tu a leggere quelli che sono stati i pensieri che mi hanno accompagnato in questo ultima parte del mio percorso e credo che tu abbia capito. Sono stato un vigliacco lo so, ma non ho mai trovato il coraggio di andare contro la volontà di tua madre e di provare a parlare con te. D’altronde come biasimarla, sono stato un fallito per tutta la vita, e come fallito me ne sono andato.
    Sono certo che in questo momento mi odierai e un po’ mi sto odiando anch’io scrivendo queste mie ultime parole perché so che ti faranno male ma non potevo andarmene senza dirti che dentro al mio cuore, in tutti questi anni, io ti sempre amata, ti ho sempre ammirata e sono orgoglioso della splendida donna che sei diventata, di certo non grazie a me. Adesso comincio a sentirmi stanco, faccio fatica a stringere la penna tra le dita, è giunto il momento di salutarti. Addio bambina mia, vivi appieno la tua vita nonostante questo diario, nonostante me che non ci sono mai stato e, se potrai, perdonami un giorno.
    Un bacio, papà.

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    1. E' semplicemente una lettera bellissima, grazie per avermi dato la possibilità di leggerla.

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  2. Grazie, e grazie a te per l'atmosfera che hai saputo descrivere nel racconto

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